Sì il cristianesimo, ben ce lo ricorda Papa Francesco, è una questione di stile: non “decreti” ma “linfa” che affascina e attira.
Nel testo giovanneo c’è una donna che si muove all’alba: i suoi passi sono veloci, sono passi di sbilanciamento. La salvezza mette in moto l’urgenza!
Se non ci mettiamo in moto le cose non succedono, non accadono: la stasi è sempre pericolosa.
La donna del vangelo ha una sana inquietudine. E noi? Cosa ci inquieta? Dov’è il nostro baricentro?
Benedetto XVI scrive che “la nostra inquietudine nasce dall’inquietudine di Dio”.
E l’inquietudine bisogna fermarsi ad ascoltarla.
Dio “arriva all’alba”, quando non abbiamo ancora il pieno controllo di noi stessi, perché siamo tra il sonno della notte e il risveglio. E la salvezza arriva così, di sorpresa. Essa è come un’esperienza di innamoramento: non si prevede né si calcola un simile coinvolgimento affettivo ed emotivo: ci si ritrova e ci si scopre innamorati.
Nel testo di Giovanni i tre protagonisti – Maria di Magdala, Pietro e l’altro discepolo – corrono. La loro è una “corsa del cuore”. Non è una corsa che nasce da un automatismo, ognuno corre secondo i propri ritmi e la propria singolarità (non c’è omologazione) e nessuno corre per sé.
Quanto è importante correre conservando la propria singolarità e combattendo lo spirito, l’automatismo, della competizione.
I tre correndo “gli uni per gli altri” realizzano l’Instaurare omnia in Christo.
Il volto del Risorto è un “volto plurale” che emerge “da come ci ameremo” perché solo così saremo riconosciuti suoi discepoli.
Come i tre protagonisti, così anche noi, siamo esortati ad avere un cuore mosso dalla grammatica dell’amore, e non dalla grammatica della colpevolizzazione, del chiacchericcio, della delega …
Il volto della Maddalena, di Pietro e di Giovanni sono volti che riflettono l’inchiostro della sussidiarietà: nessuno corre “al posto dell’altro”, ciascuno lascia che l’altro possa fare ciò che a lui compete.
E’ questa una prospettiva che la dice lunga sui rapporti all’interno di una comunità, di una famiglia, anche perché è la base per evitare che qualcuno resti eternamente bambino.
Il testo del Vangelo dice che “l’altro discepolo vide, si chinò e non entrò”: non entra, aspetta
L’attesa è una delle esperienze più ricche dell’amore: uno stile da imparare.
Per noi è invece importante arrivare per primi e dettare le nostre regole, i nostri principi. L’amore vero sa invece aspettare i ritmi dell’altro.
Domandiamoci: Sappiamo aspettare i tempi degli altri o sono gli altri che devono seguire i nostri presunti passi? Nei miei fallimenti so aspettare che la vita mi mostri, non una soluzione, ma una strada da percorrere?
L’altro discepolo, inoltre, passa dall’aspettare al “farsi da parte”. E’ un’operazione che costa parecchio ma che diventa benedizione perché lascia agli altri la possibilità di continuare a costruire.
Interessante ed esplicativo il testo della canzone “Abbi cura di me” di Simone Cristicchi, ad un certo punto dice: “… basta mettersi a fianco invece che al centro”
E … ci sono mille e diversi modi di mettersi al centro. Bisogna invece rendersi, col tempo, “sempre meno necessari”, fino a diventare in-utili, ossia senza un utile per sé.
Solo rendendosi “inutili” l’altro potrà crescere e potranno fiorire nuove vite.



