I due discepoli di Emmaus conversano tra loro. L’unico strumento che hanno, mentre affrontano la fatica della vita, è la parola. E’ la parola l’unico strumento a loro disposizione per dire delle loro aspettative deluse: hanno bisogno di dialogare e di confrontarsi.
Nella nostra cultura, la cultura del selfie, del sempre connessi pare che si sia persa la capacità di dialogare. La Chiesa del futuro deve essere sempre più “luogo di conversazione” e mai “luogo di giudizio” o di “mani chiuse”. La Chiesa del futuro è l’opportunità di aprire i cantieri “della parola scambiata”, dove ci si può raccontare anche se i punti di vista sono diversi tra loro. La Chiesa del futuro è quella della “parola bidirezionale”.
Comunicare significa entrare in relazione con la nostra interiorità e con l’interiorità dell’altro: urge capire che comunicare è “prendersi cura”.
Gesù – viandante si avvicina. E’ il Dio che ci precede, è Lui che si avvicina con una domanda provocatoria: “Di che cosa state discutendo?”
L’evangelista Luca sottolinea che a quella domanda, i due presentano un volto triste. Non hanno bisogno di parlare, il loro è il linguaggio corporale.
Molto spesso, nelle nostre comunità, nelle nostre famiglie, non ci sarebbe bisogno di dire il proprio disagio, basterebbe che qualcuno sapesse guardarlo!
La tristezza di quei viandanti è anche la nostra tristezza: una tristezza che non va mai sottovalutata.
“Noi speravamo…”. Una conclusione amara davvero. E’ il “non programmato che entra nella vita e la scuote, sono le nostre speranze deluse. Diceva il patriarca Atenagora che il primo nemico da combattere siamo noi stessi.
“Lenti e tardi di cuore nel comprendere le parole dei profeti”: la parola dei profeti è proprio quella “parola altra” alla quale, a volte, non vogliamo aprirci, nella convinzione di essere e di fare le cose giuste. Una simile resistenza, però, impedisce alla nostra vita di avere una svolta.
Il cammino amaro e deludente nell’incontro con Gesù cambia traiettoria e diventa cammino di speranza.
Non è vero che non ci sono vie d’uscita, anche quando non le vediamo, stiamo pur sempre facendo un viaggio nella Grazia.
“Rimani con noi perché si fa sera” e … ceniamo con Lui.
Si fa sera quando viene meno la nostra capacità di vigilanza, il fervore della consacrazione, quando vengono meno le nostre stampelle di sicurezza.
“Rimani con noi perché si fa sera” : il viaggio della Grazia e nella Grazia non disprezza nulla.
Un teologo protestante, Paul Tillich, (dunque una parola altra, una parola che proviene da “altra” Chiesa) così descrive l’esperienza della Grazia: “Grazia non significa semplicemente che facciamo dei progressi nel nostro controllo morale, nella lotta contro la società. Il progresso morale può essere un frutto della Grazia, ma non è la Grazia vera e propria e può addirittura impedirci di ricevere la Grazia. La Grazia non ci colpisce finchè pensiamo di non averne bisogno. La Grazia ci colpisce quando siamo oppressi da grande dolore e irrequietezza. Ci colpisce quando attraversiamo la valle oscura di una vita insignificante e vuota. Ci colpisce quando avvertiamo che il nostro isolamento è più profondo del solito, perché abbiamo violato un’altra via. Ci colpisce quando il disgusto per noi stessi, la nostra indifferenza, debolezza, ostilità e mancanza di una direzione e della padronanza ci sono divenute intollerabili. Ci colpisce quando, un anno dopo l’altro, la sognata perfezione della vita non compare, quando gli antichi impulsi ci dominano come è accaduto per anni, quando la disperazione annienta tutta la gioia ed il coraggio. Talvolta, in quel momento, un raggio di luce si fa strada nelle nostre tenebre, ed è come se una voce dicesse: sei accettato da ciò che è più grande di te e il cui nome non sai. Ora non chiedere il nome: forse lo scoprirai più tardi. Ora non cercare di far nulla, non proporti nulla. Semplicemente accetta il fatto che sei accettato”.



La pagina evangelica in cui si racconta del cammino compiuto dai discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-25) ci pone dinanzi un percorso, che può essere anche il nostro, in cui ciò che inizialmente ha il sapore amaro della delusione si muta in un viaggio di speranza. Si tratta ancora una volta della conversione dello sguardo.