Lunedì, 21 Luglio 2025 18:17

Diario di Bordo – 21 Luglio 2025, Brasilia IV Assemblea Generale di Verifica – Famiglia Orionina

La giornata di oggi si è aperta sotto il segno della grazia. Il sole di Brasilia illuminava le prime ore del mattino quando, insieme alla comunità religiosa del noviziato orionino, ci siamo raccolti attorno all’altare per pregare la liturgia delle lodi e per celebrare l’Eucaristia. Un inizio non solo formale, ma profondamente spirituale: perché ogni vero cammino inizia ascoltando la Parola e lasciandosi mettere in discussione da essa.

Don Fausto Franceschi, nostro Assistente Spirituale Generale, ha scelto con cuore di padre e con occhi di fede di farci entrare in Assemblea sotto la luce delle Scritture. Due brani ci sono stati consegnati oggi: l’Esodo e il Vangelo secondo Matteo. Due testi diversi nel tempo e nello stile, ma uniti da una domanda urgente e senza tempo: dove poggia la nostra fede? Sui segni visibili? Sui risultati? O sul Dio che cammina con noi, anche nel buio dell’incertezza?

Nel libro dell’Esodo, il popolo d’Israele è appena stato liberato. Ha visto la mano di Dio all’opera, ha sperimentato la potenza della liberazione. Ma basta l’avvicinarsi del pericolo – l’esercito del Faraone – e subito sprofonda nella paura, nella nostalgia del passato, nel dubbio. Quanto ci somiglia Israele! Anche noi, davanti alla fatica o alla scarsità di risultati, rischiamo di rimpiangere “le sicurezze” dell’Egitto, invece di fidarci del Dio delle promesse. Eppure, Dio resta fedele: non per meriti nostri, ma per amore. La sua gloria si manifesta proprio quando tutto sembra perduto.

Nel Vangelo, la richiesta di un segno da parte della folla sembra legittima, eppure riceve una risposta dura: “Una generazione malvagia e adultera cerca un segno”. Il vero segno non è spettacolo. È il mistero pasquale: morte e risurrezione, piccolezza e potenza intrecciate, amore che vince il buio. È lì che la fede si radica: non nei fuochi d’artificio spirituali, ma nel silenzio del Sabato Santo e nella luce dell’alba di Pasqua.

Queste parole ci preparano al cammino che ci attende nei giorni dell’Assemblea. Non siamo qui solo per valutare numeri o strategie. Siamo qui per ascoltare ciò che lo Spirito dice oggi alla nostra Famiglia. Per guardare indietro con gratitudine e in avanti con fiducia. Come Don Orione ci ha insegnato: non contano i segni esteriori, ma la fedeltà al carisma, la fiducia nella Provvidenza, il coraggio dell’amore nascosto.

E allora oggi, anche noi, vogliamo dire: “State saldi e vedrete la salvezza del Signore”. Vogliamo essere noi, in questo tempo, segno vivo del Vangelo, della speranza, della croce che fiorisce, della risurrezione che già germoglia.

Momento toccante e profondamente simbolico è stata la celebrazione eucaristica vissuta in cinque lingue: italiano, portoghese, spagnolo, francese e polacco. Un mosaico di suoni, inflessioni e accenti che, anziché creare confusione, hanno tessuto una sinfonia di unità spirituale.

Non è stata una Babele, ma un piccolo anticipo della Pentecoste: dove la diversità non divide, ma arricchisce; dove le parole diverse non creano distanza, ma si fanno eco di un’unica lode, quella che sale al Padre da ogni popolo, lingua e nazione.

In questa celebrazione multilingue, la Famiglia Carismatica orionina ha mostrato il suo vero volto: universale e unito, umile e glorioso, radicato nella fede e proteso verso il Regno. Qui, nella pluralità delle espressioni, si è reso visibile il miracolo della comunione. Non una uniformità grigia, ma un’armonia colorata, in cui ogni voce ha portato il suo timbro per formare un unico canto.

C’è qualcosa di profondamente spirituale in tutto questo. È come se lo Spirito Santo avesse soffiato tra le lingue del mondo per generare non confusione, ma una coralità nuova. In ogni lingua, un frammento della Verità; in ogni accento, una scintilla del Carisma. È la lode che si incarna nella diversità, perché Dio non ha mai voluto fare copie, ma opere uniche, tutte sue.

E allora, in questa assemblea che si apre con parole diverse ma un solo Spirito, possiamo riconoscere un segno autentico della presenza di Dio. Non un segno clamoroso, ma una fiamma mite e fedele, che illumina, riscalda e guida. E ci dice che sì, il Signore continua davvero a fare nuove tutte le cose. Anche – e soprattutto – attraverso di noi.

Nel pomeriggio, le consacrate hanno vissuto un momento significativo di raccoglimento e bellezza visitando la Cattedrale Metropolitana di Brasilia, opera dell’architetto Oscar Niemeyer e simbolo dell’elevazione dell’anima verso Dio.

Non si è trattato solo di una visita culturale o architettonica, ma un pellegrinaggio interiore, un entrare nel silenzio che parla, un lasciarsi abbracciare dalla verticalità delle forme che indicano il cielo. Quella cattedrale, con la sua struttura slanciata verso l’alto e il gioco di luci che filtra tra le vetrate, sembra voler gridare al mondo che l’uomo è fatto per Dio, e che la bellezza può essere un linguaggio di fede.

Entrare in quel luogo è stato un tempo di sosta e di ascolto, un’opportunità per ritrovare in uno spazio sacro ciò che talvolta smarriamo nella corsa: il senso della nostra consacrazione, la sete di infinito, la nostalgia del cielo.

In questa visita, ogni cuore ha avuto modo di pregare in silenzio, portando con sé le intenzioni dell’Assemblea, la vita della Famiglia, il mondo ferito e bisognoso di luce. Si è tratato di  un vero “salmo architettonico” innalzato a Dio, un modo per ribadire – anche senza parole – che la nostra vocazione è cammino verso l’Alto, e che ogni nostra opera trova senso solo se conduce a Lui, che è bellezza, comunione e salvezza.

La Responsabile Generale , Rosita Dore ha aperto i lavori assembleari richiamando all’attenzione l’icona della Samaritana al pozzo di Sicar, scelta come immagine guida di questo cammino condiviso: non una semplice illustrazione, ma una parola viva che ci parla. L’autore è il sacerdote Koeder, uomo di Dio che ha conosciuto la Croce nei campi di concentramento. Le sue opere nascono dal crogiuolo del dolore e della fede, e proprio per questo risplendono di luce interiore.

Guardando questa icona si possono osservare i colori cangianti, ora tenui, ora intensi, che la caratterizzano. Essi ci ricordano le stagioni diverse della nostra vita: ci sono tempi di luce e di buio, di forza e di fragilità. La donna, la Samaritana, fissa lo sguardo dentro il pozzo. Anche noi, come lei, siamo chiamate a scendere dentro, a guardarci in profondità, senza paura.

La veste rossa che indossa è il simbolo dell’amore. Ciò ci porta a chiederci se forse ha amato male, o forse ha semplicemente cercato. E noi? Anche noi, a volte, abbiamo amato in modo storto, confuso, ferito. Ma la santità non è perfezione immediata: è un cammino, spesso in discesa, perché non si sale verso Dio se prima non si scende dentro se stessi. E proprio lì, in quel fondo che spesso evitiamo, scaturisce l’acqua viva.

Alla luce del Vangelo di Giovanni (4,5-42), l’incontro tra Gesù e la Samaritana ci richiama un altro episodio a noi caro: don Orione che si china sul matricida, annunciandogli la misericordia di Dio. L’uomo che ha avvelenato sua madre conserva ancora la tazza dell’omicidio: eppure, anche quella può diventare il suo pozzo, se trova il coraggio di guardarci dentro.

Forse anche noi mettiamo veleno nelle nostre tazze: nella Chiesa, nelle comunità, nel nostro stesso Istituto. Qual è il veleno da cui dobbiamo liberarci? Rancori? Orgoglio? Incomprensioni non sanate?

Ma se abbiamo il coraggio di scendere in fondo al nostro pozzo, lì troveremo Gesù. Non per giudicarci, ma per attenderci, e condurci alla verità e alla vita.

E allora, quale santità orionina vogliamo custodire e testimoniare oggi? Emergono tre atteggiamenti fondamentali:

  1. Umiltà: essere piccoli per lasciare spazio all’altro, per far sì che chiunque possa avvicinarsi a noi senza timore.
  2. Interiorità: recuperare lo spirito contemplativo di don Orione, quello che lo vedeva vegliare in silenzio davanti al Tabernacolo nelle notti lunghe e intense.
  3. Stima reciproca: “gareggiate nello stimarvi a vicenda”, dice San Paolo. Don Orione ci ha voluti pianta: ogni ramo ha la sua bellezza, ma anche ogni ramo riceve linfa dagli altri. Solo così cresceremo davvero come famiglia viva.

La Responsabile Generale ha poi invitato le sorelle a compiere un gesto simbolico e carico di significato: scrivere un desiderio, un sogno personale e comunitario, e attaccarlo al telo che raffigura la donna al pozzo: quei cartoncini possono diventare gocce d’acqua nuova che nutrono il nostro cammino.

Infine, l’assemblea si è unita in una preghiera corale, nelle diverse lingue che rappresentano la bellezza della nostra comunione internazionale. Possa  quest’Assemblea essere davvero un tempo di grazia, un pozzo da cui attingere acqua viva, per noi e per il mondo.

Una giornata, dunque, piena di grazia. E il cammino è appena cominciato! 

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